Mappa dei nuovi lager

Riportiamo una cartina pubblicata dal corriere della sera con indicati i luoghi in cui sorgeranno i nuovi lager CPR che andranno a sostituire i vecchi CIE..
NUOVI CIE = VECCHI LAGER
Che di galere e CPR rimangano solo macerie

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Approfondimento sul decreto Minniti: “disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città”

fonte:informa-azione

Daspo, sicurezza, decoro. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza sul Decreto Legge del 20 febbraio 2017 “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza delle città” (di cui consigliamo vivamente la lettura, lo trovate qua).
Innanzitutto due parole sull’entrata in vigore. Il Decreto Legge entra in vigore il giorno successivo alla sua pubblicazione, quindi è formalmente attivo dal 21 febbraio 2017. Sarà successivamente presentato alle Camere per la conversione in legge.
Le nuove normative sono figlie da una parte del Ministro dell’Interno Minniti, dall’altra dell’ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani), che ha addirittura suggerito alcune modifiche, ancora più punitive, sul cosiddetto “daspo urbano” e sull’eventuale violazione. (si veda modifica all’art. 10 e motivazione: qui).
A chi ha provato a sollevare qualche domanda il Ministro Minniti ha risposto che non si tratta di un provvedimento di destra, semmai di sinistra progressista, la stessa a cui ideologicamente si rifà.
Non crediamo ci sia bisogno di dire molto a riguardo, sono più che sufficienti le parole del Ministro: “Chi dice che rinuncia alla libertà per la sicurezza è un cattivo maestro. Sicurezza è libertà. Non c’è nessun posto sicuro se non è garantita la libertà di frequentarlo. Non c’è nessuna libertà se non viene garantita la sicurezza del libero andare”.
La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza.

Ora entriamo nello specifico. Innanzitutto viene data una definizione vaga e arbitraria della sicurezza urbana, considerata dal punto di vista del consumatore e dell’imprenditore. La sicurezza urbana sono le telecamere e le pene sicure per chi trasgredisce i provvedimenti – che saranno sempre più arbitrari – di chi ha potere sull’ordine e sulla disciplina. Vieni sfrattato da casa? Se ti becchiamo a bivaccare da qualche parte cerchiamo di sbatterti dentro, o quanto meno allontanarti da qui. Poco importa se poi verrai cacciato anche da altre parti, purché te ne vada dalla mia cittadella che deve essere pulita e ordinata per risultare appetibile a palazzinari e imprenditori. L’indirizzo ideologico del Decreto Legge è proprio quello della città vetrina. Un tentativo – l’ennesimo, ma tra i più decisi – di farsi belli, di spostare la polvere sotto il tappeto. Secondo il Ministro, e secondo l’ANCI, il problema nelle nostre città sono le occupazioni di immobili abbandonati, il degrado (inteso quasi unicamente come le scritte sui muri e la movida dei giovani nelle zone dei centri storici) e l’inefficacia di strumenti di allontanamento coatto o di prevenzione (vedi foglio di via, sorveglianza speciale).

Che dietro all’ideologia del decoro e della sicurezza urbana si nasconda una politica classista è agli occhi di tutti, proprio per questo vengono concessi maggiori poteri al Sindaco, sempre più sceriffo della città. Le condotte che verranno prese di mira sono quelle definite di marginalità sociale: anche chi solo staziona senza permesso in luoghi pubblici viene multato e allontanato mediante il cosiddetto Daspo Urbano. E’ lampante l’arbitrarietà e la direzione di questo provvedimento. Vengono chiamate Misure a tutela del decoro di particolari luoghi, e possono per esempio comprendere il divieto di accesso al centro storico di una determinata città. Le due città, una quella dei ricchi, del consumo, delle telecamere, del controllo, e l’altra, quella dei poveri, delle periferie degradate, degli sfratti, della miseria, appaiono sempre più chiaramente.

L’art. 10 definisce cosa comporti la violazione al Daspo Urbano:

comma 1: […] la sua violazione e’ soggetta alla sanzione amministrativa pecuniaria applicata ai sensi dell’articolo 9, comma 1, (da 100 a 300 euro nda) aumentata del doppio.
comma 2: Nei casi di reiterazione delle condotte di cui all’articolo 9, commi 1 e 2, il questore, qualora dalla condotta tenuta possa derivare pericolo per la sicurezza, puo’ disporre, con provvedimento motivato, per un periodo non superiore a sei mesi, il divieto di accesso ad una o piu’ delle aree di cui all’articolo 9, espressamente specificate nel provvedimento, individuando, altresi’, modalita’ applicative del divieto compatibili con le esigenze di mobilita’, salute e lavoro del destinatario dell’atto.
comma 3: La durata del divieto non puo’ comunque essere inferiore a sei mesi, ne’ superiore a due anni, qualora le condotte di cui all’articolo 9, commi 1 e 2, risultino commesse da soggetto condannato, con sentenza definitiva o confermata in grado di appello, nel corso degli ultimi cinque anni per reati contro la persona o il patrimonio.
comma 5: In sede di condanna per reati contro la persona o il patrimonio commessi nei luoghi o nelle aree di cui all’articolo 9, la concessione della sospensione condizionale della pena puo’ essere subordinata all’imposizione del divieto di accedere a luoghi o aree specificamente individuati.

Qualora non fosse ancora chiaro chi siano i destinatari presupposti dal Ministro Minniti, è sufficiente andare avanti con la lettura.

L’articolo 11 è dedicato alle Disposizioni in materia di occupazioni arbitrarie di immobili – a riprova dell’indirizzo ideologico del Decreto Legge – e poi, sorvolando sui due articoli dedicati a somministratori di alcolici e sostanze stupefacenti, si passa al Numero Unico Europeo 112.
In sostanza si cerca di rendere più efficiente la macchina repressiva, sgravando le forze dell’ordine da compiti quotidiani, di bassa rilevanza ma di grande dispiego di energie e tempo. Il testo dice che le Regioni che hanno rispettato gli obiettivi del pareggio di bilancio di cui all’articolo 9 della legge 24 dicembre 2012, n. 243, possono bandire, nell’anno successivo, procedure concorsuali finalizzate all’assunzione, con contratti di lavoro a tempo indeterminato, di un contingente massimo di personale determinato in proporzione alla popolazione residente in ciascuna Regione, sulla base di un rapporto pari ad un’unita’ di personale ogni trentamila residenti.

E poi il gran finale.

Con l’articolo 15 viene integrato il decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159 che regola la disciplina sulle misure di prevenzione personali.
Infatti agli articoli 1 e 6 ora recita così (le aggiunte sono in grassetto):

Art. 1. Soggetti destinatari

1. I provvedimenti previsti dal presente capo si applicano a:
a) coloro che debbano ritenersi, sulla base di elementi di fatto, abitualmente dediti a traffici delittuosi;
b) coloro che per la condotta ed il tenore di vita debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che vivono abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose;
c) coloro che per il loro comportamento debba ritenersi, sulla base di elementi di fatto, comprese le reiterate violazioni del foglio di via obbligatorio di cui all’articolo 2, nonché dei divieti di frequentazione di determinati luoghi previsti dalla vigente normativa, che sono dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica.

Art. 6. Tipologia delle misure e loro presupposti

1. Alle persone indicate nell’articolo 4, quando siano pericolose per la sicurezza pubblica, può essere applicata, nei modi stabiliti negli articoli seguenti, la misura di prevenzione della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza.
2. Salvi i casi di cui all’articolo 4, comma 1, lettere a) e b), alla sorveglianza speciale può essere aggiunto, ove le circostanze del caso lo richiedano, il divieto di soggiorno in uno o più comuni, diversi da quelli di residenza o di dimora abituale o in una o più Province.
3. Nei casi in cui le altre misure di prevenzione non sono ritenute idonee alla tutela della sicurezza pubblica può essere imposto l’obbligo di soggiorno nel comune di residenza o di dimora abituale.
3-bis. Ai fini della tutela della sicurezza pubblica, gli obblighi e le prescrizioni inerenti alla sorveglianza speciale possono essere disposti, con il consenso dell’interessato ed accertata la disponibilità dei relativi dispositivi, anche con le modalità di controllo previste all’articolo 275-bis del codice di procedura penale.

Vengono praticamente resi più efficaci – per loro – e afflittivi due degli strumenti che negli ultimi anni sono stati usati a piene mani contro i conflitti sociali: foglio di via, di cui viene aggravata la violazione, e sorveglianza speciale, che viene normata ancora meglio rendendo più semplice tramutarla in arresti domiciliari o in carcere.

Infine, all’articolo 16, per chiudere il cerchio, l’art. 639 del codice penale “deturpamento e imbrattamento di cose altrui” ora si puo’ disporre l’obbligo di ripristino e di ripulitura dei luoghi ovvero, qualora cio’ non sia possibile, l’obbligo a sostenerne le relative spese o a rimborsare quelle a tal fine sostenute, ovvero, se il condannato non si oppone, la prestazione di attivita’ non retribuita a favore della collettivita’ per un tempo determinato comunque non superiore alla durata della pena sospesa, secondo le modalita’ indicate nella sentenza di condanna.

Si legifera quindi quella vox populi che spesso si sente, e talvolta si vede – il popolo spugnette – nelle città più o meno grandi.
E’ ancora da capire la portata di queste nuove norme, nel frattempo però sappiamo che a Milano e a Gallarate sono già stati disposti alcuni Daspo Urbano e a Saronno lo sceriffo Fagioli li ha minacciati dopo un’occupazione in pieno centro storico.

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Torino- Ben poco di straordinario

fonte:macerie

Sul CPR di Corso Brunelleschi

Un articolista de La Stampa Torino, dal cuore più sensibile rispetto agli standard dei suoi coredattori, ha pensato di scrivere un pezzo sul Cpr torinese, di quelli dal sapore un po’ acidulo dell’inchiesta che di tanto in tanto spuntano fuori sulla carta stampata o pixelata. Non ci interessa granché quale sia stato il moto d’animo di questo tale che solo ora, come il fanciullino di Pascoli, scopre la bellezza del mandorlo in marzo e che nei Centri vengono somministrati psicofarmaci. Vaglielo a dire che l’acqua calda l’hanno scoperta da un pezzo, che tre caravelle sono approdate in America e che nelle prigioni, che siano per senza documenti o per chi delinque, una delle maniere per sedare chi sta in cattività è quella della distribuzione di pilloline, talvolta offerte, talaltra usate come condimento del pasto.

Noi invece che siamo gente cinica, che al candido stupore giornalistico preferisce la rabbia, vi riportiamo un episodio raccontatoci dai reclusi del Cpr, uno dei tanti che costituiscono la norma di questi luoghi: un ragazzo tunisino col quale si avevano contatti telefonici quotidiani è stato deportato nel tardo pomeriggio dell’altro ieri dopo che la polizia è entrata nell’area gialla nella quale stava, lo ha avvolto schifosamente con lo scotch e lo ha portato via.

Non è la prima volta che avviene e certo le forze dell’ordine non hanno avuto remore di fronte alle sue già precarie condizioni fisiche; Mustafah avevano già provato a rimpatriarlo una decina di giorni fa e lui si era inflitto profondi tagli al braccio per ricavarsi del tempo, era finito in ospedale e poi di nuovo al Centro dove aveva iniziato uno sciopero della fame. L’idea di essere portato in Tunisia non era concepibile per lui che, arrivato ragazzetto, da vent’anni stava a Torino, nella zona di Porta Palazzo. Per qualche anno era riuscito ad avere il permesso di soggiorno perché sotto contratto lavorativo, ma un infortunio gli aveva fatto perdere questo requisito per avere le carte in regola. Da quel momento più di una volta era finito al fu Cie ma una pesante asma gli assicurava l’uscita.

Per quest’ultima reclusione la polizia è andata a prenderlo a casa e, come la maggior parte delle volte avviene, condizioni fisiche e autolesionismo non sono state passepartout per la libertà.

macerie @ Marzo 31, 2017

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Il cerchio di filo spinato si stringe

 

Severità e integrazione: ecco le due parole chiave ribadite dal Ministro dell’Interno Minniti sul tema dell’immigrazione. Severità, contro gli immigrati economici  che non avrebbero il titolo per rimanere in Italia, e integrazione per coloro che scappano dalle guerre.
Ribadendo questi due principi anche il sindaco PD di Modena ha espresso parere favorevole al nuovo piano di gestione del flussi migratori.
Un piano stipulato attraverso un decreto che pianifica la conversione dei vecchi lager, i CIE, in CPR, ovvero “Centri di permanenza per il rimpatrio” . Queste nuove strutture hanno la peculiarità di essere distribuite su tutto il territorio nazionale, per un totale di 1600 posti, di essere più piccole per poter essere meglio controllate e gestite, e di essere fuori dai centri urbani e lontani dall’occhio del cittadino tranquillo e asservito. In realtà, nulla di nuovo rispetto ai vecchi CIE, se non per il nome.
Da quanto si è appreso, nell’ultimo consiglio comunale modenese la giunta PD ha ribadito la necessità di un modello di gestione dell’accoglienza che sia in grado di rendere effettivi i rimpatri attraverso la detenzione nei nuovi centri e la certezza di un’espulsione, senza però  sottrarre energie e personale alle forze di polizia impegnate nella repressione quotidiana sul territorio.
Un modello che razionalizza le forze repressive messe in campo, e soprattutto che garantisce profitti per le tasche di cooperative ed enti, come Poste Italiane che con la compagnia Mistral Air si occupa del rimpatrio di migranti irregolari.
A Modena alcune cooperative hanno già ottenuto appalti per quanto riguarda le gestione di strutture per i richiedenti d’asilo.
Tra queste troviamo in prima fila il Consorzio Cooperative Sociali- Caleidos, con la gestione dei migranti nello studentato di Via delle Costellazioni; e da poco in fase di valutazione per una nuova assegnazione dalla Prefettura vi sono la cooperativa “Leone Rosso” e l’Associazione Centro Sociale Giovanni XXIII.
L’impegno delle cooperative consiste anche nell’impiego dei profughi in attività di manodopera a costo zero e di volontariato, ultima novità tra queste “gli occhi della Municipale”, ovvero migranti impiegati in attività di affiancamento alla polizia municipale nel controllo e nella segnalazione di situazioni illegali.
Con queste continue manovre securitarie non è difficile immaginarsi l’esito: strade perlustrate in ogni angolo da occhi umani o elettronici, controllo del vicinato pronto a segnalare alla polizia ogni paranoia, persone mute e chine dedite ad arricchire i portafogli dei padroni, marginalizzazione e reclusione per chi mette in pratica un modo di vivere altro.

A chi non vuole fare il gioco dei padroni e dei loro servi, fascisti e polizia, che vorrebbero gli sfruttati divisi.
A chi crede che con l’apertura di nuovi lager, con la militarizzazione crescente, con la chiusura delle frontiere, ne va della libertà di ognuno; che il problema non sta nelle avere galere più umane, frontiere più aperte, e lavoro più dignitoso,  ma sta in ognuno di questi meccanismi.
A chi ha ben chiaro chi siano i responsabili della miseria del presente e non vuole restare a guardare
Solidarizzare e organizzarsi tra indesiderabili è possibile, colpire necessario.

Individualità anarchiche

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Modena- Tanto vale riaprire i lager


Migliaia di persone cercano scampo, fuggendo dalle guerre, dalle devastazioni, dalla distruzione delle loro vite. Cercano migliori condizioni, per poter sopravvivere, ai margini del mondo ricco. La risposta del mondo ricco consiste nell’erigere frontiere invalicabili e nel rafforzare il controllo alle stesse; si esplicita nell’aizzare l’ignoranza razzista, cucendo il ruolo di capro espiatorio addosso alla figura del migrante. E ancora agitando lo spauracchio di fantomatiche invasioni barbariche alla “nostra civiltà”. E infine servendosi della minaccia del terrorismo. Lo Stato illude il “bravo cittadino” candidandosi a proteggerlo. Si rispolverano così gli spettri più conservatori, reazionari, ultranazionalisti e fascisti. Si sguinzagliano squadracce di polizia e militari a presidiare le città: nelle stazioni, sui treni, nelle strade, alle frontiere.
Si costruiscono nuove strutture per gli esclusi: CAS, SPRAR, CARA e HUB tavole imbandite per associazioni, enti pubblici, cooperative e imprenditori per lucrare sulla pelle dei senza documenti col sistema della cosiddetta “accoglienza”.
Tanto vale riaprire i lager: i CIE, che non si possono più mascherare da “centri di accoglienza”.
Oltre alla certezza di una manodopera a basso costo, il controllo securitario del flusso migratorio, e la garanzia della prigionia di chi vi è rinchiuso; il business dell’accoglienza e la burocrazia, decidono delle vite: sfruttando, umiliando, perseguitando sulla base di presupposti razziali e di reddito.
Lo Stato ricorda meglio del “bravo cittadino” che i CIE sono lager. Sa bene che i CIE sono stati chiusi dal fuoco, con le rivolte di chi vi era rinchiuso, con la complicità dei solidali all’esterno.
In Emilia Romagna, scartato lo HUB di Bologna, la scelta ricadrebbe sull’ex-CIE di Modena, già funzionante dal 2003 al 2013, anni nei quali si sono perpetrati ogni genere di abusi sulle persone che vi erano rinchiuse. Al di là del vittimismo e dell’assistenzialismo, negli anni in cui il CIE è stato attivo, numerosi solidali hanno appoggiato le proteste e le rivolte messe in atto dai reclusi. La repressione ha più volte colpito chi ha lottato: dentro, deportando o trasferendo in carcere, così come denunciando e restringendo chi da fuori ha ostacolato la macchina delle espulsioni.

Ma alla fine il lager ha dovuto chiudere, quando la giusta risposta di chi era rinchiuso è stata recapitata al mittente.

I CIE si chiudono col fuoco della rivolta. E se il lager verrà riaperto a Modena, tutti/e dovranno ricordarselo.

Anarchici e anarchiche modenesi

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Riflessioni su razzismo e frontiere a seguito di alcuni episodi avvenuti nel modenese

La vicenda della “finta esecuzione stile ISIS” di Vignola, in provincia di Modena, è un tema che ha monopolizzato i giornali locali nell’ultima settimana e andrebbe analizzata in un quadro più ampio del “fondamentalismo religioso”.
Per chi non fosse al corrente dei fatti, si tratta del caso di martedì 5 gennaio cinque amici vignolesi vengono fermati da un gruppo di ragazzi nordafricani che, puntando una pistola a salve, chiedono loro se credano in Dio o in Allah. Poi scoppiano a ridere, sparano in aria, e dicono ch’era uno scherzo. Nei giorni seguenti, i cinque raccontano l’episodio ai genitori che denunciano il tutto ai carabinieri. Conseguendone un caso mediatico dai toni allarmisti, uno dei nordafricani si affretta a consegnare la scacciacani in caserma spiegando ch’era solo uno scherzo da ubriachi e scusandosi pubblicamente con i ragazzi e le famiglie; ne ottiene una denuncia per violenza privata. Ma ormai è tardi per i pentimenti; la sicurezza cittadina è messa a repentaglio dalla “follia islamica”. Il popolo del web si scatena in commenti razzisti e proposte di espulsione dei responsabili, mentre i pochissimi che cercano di ridimensionare i toni della discussione vengono accusati di “pericoloso buonismo”.
Il terreno è fertile e tutti i partiti di destra colgono la palla al balzo per aizzare i cittadini contro gli immigrati, per schierarsi contro la “boria violenta che ha spezzato l’adolescenza ad alcuni ragazzi modenesi”.
La Lega indice una fiaccolata a Vignola il 10 gennaio. Forza nuova un presidio a Modena il 16.

Ma se vogliamo comprendere quello che succede attorno a noi senza inciampare in facili allarmismi serviti quotidianamente dai media e conditi di odio razziale da questo o quell’altro nostalgico fascista, dobbiamo compiere alcune importanti riflessioni.
Tante parole sono state pronunciate sull’ ISIS, sui tragici attentati di Parigi (volutamente tacendone altri in Iraq, Turchia, Palestina, Siria, ecc., siglati NATO), ma molto poco ci si è interrogati sulle motivazioni per cui giovani siano pronti ad immolarsi in nome di un nuovo governo islamico. Ci si è più spesso accontentati dell’accusa di “assurda follia”. Ma la realtà è che per chiunque covi rabbia per aver patito in qualsiasi parte del globo perché musulmano, clandestino, inferiore, l’ Islam combattente rappresenta un senso di appartenenza.
Per alcuni, la guerra a chi da sempre esercita violenza attraverso il controllo militare, geopolitico e culturale di intere popolazioni in nome di una sua presunta superiorità, diventa allora un’ occasione di riscatto al male subìto .
Il terrore che colpisce i civili occidentali è lo stesso che provano quotidianamente i popoli mediorientali invasi dalle potenze del nord del mondo.
Un cadavere francese è forse più impressionante di un cadavere siriano?
Ridurre la vicenda modenese (e la questione bellica) ad una divisione tra buoni e cattivi “disneyana” è limitante quanto dannoso. Forse non ci rendiamo conto che, in questo modo, non facciamo altro che alimentare una spaccatura e uno scontro deciso dai sovrani.

Già nel 1991, sullo scenario della Guerra del Golfo, George Bush Senior benediceva le truppe statunitensi in Iraq per conto di Dio; così come l’anno seguente definiva il sanguinoso intervento in Somalia “a God’s work”. E visto che la mela non cade mai troppo lontana dall’albero, dieci anni dopo, il figlio dichiarava ch’era guidato da Dio nella guerra al terrorismo afgano ed alla tirannia irachena. In ognuna di queste “missioni di pace”, le potenze neoliberiste di tutto il mondo (Italia compresa) venivano chiamate a coalizzarsi contro la minaccia islamica.
Non è quindi una prerogativa del Califfato trovare il consenso maggioritario riempendosi la bocca con la parola di Allah o Dio, creare veri e propri martiri combattenti in nome di qualcosa di più grande . Ma gli interessi ideologici sono marginali per entrambe le parti in questa storia , tanto quanto quelli di tipo politico ed economico sono invece centrali .
Mentre questa o quella superpotenza si spartiscono questa o l’altra risorsa, territori o guide d’intere nazioni, i sudditi di tutto il globo si fanno la guerra a vicenda, legittimando così le brutali azioni dei propri governi. Come se non bastasse, in un tale clima di tensione, non si fa certo più caso se un comitato cittadino o una ronda di quartiere assumano i toni e le modalità dei fasci di combattimento di un secolo fa; nemmeno a Modena, dove l’onore partigiano è relegato alla celebrazione di facciata del 25 aprile .

Un ruolo fondamentale nell’ avvalorare il potere vigente lo svolge la complicità incosciente dei sudditi con i loro sovrani, e la vicenda di Vignola ne è intrisa.
Le magliette dei partecipanti alla fiaccolata della Lega, riportavano lo slogan “Sicuri e liberi in casa nostra”.
ILLUSI!
“Non esiste controllo poliziesco e militare che possa metterci al riparo dal gesto più tremendo e più facile: colpire nel mucchio.
Chi pensa di poter barattare le sue già magre libertà con la sicurezza promessa dallo Stato, perderà le prime e non otterrà la seconda.”
Credere alla “informazione” di Stato, al leghista o forzanovista di turno che chiedono più polizia e servizi segreti, ambiscono all’esercito nelle strade, a più telecamere e propongono di chiudere subito le frontiere ai profughi in nome della sicurezza, significa cadere nella loro trappola.

Se vogliamo scendere in guerra, che sia! Ma scegliamolo noi il nostro nemico!
Nessuna guerra tra gli oppressi, nessuna pace agli oppressori!
Fuori le truppe NATO! Fuori i fascisti dalle città!

Anarchici e anarchiche
antimilitaristi modenesi

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Opuscolo “Considerazioni sulla detenzione amministrativa in Italia”

E’ uscito l’opuscolo

Considerazioni sulla detenzione amministrativa in Italia

Allo scopo di trovare una soluzione alla loro ingestibilità, per affrontare preventivamente un aumento delle problematicità legate alla tipologia e quantità dei futuri flussi migratori, i Cie, lungi dall’aver mai avuto una funzione altra rispetto a quella di deterrente collettivo, stanno subendo delle modifiche parziali, sia strutturali che gestionali. La direzione seguita è quella di un processo ipotetico di maggiore razionalizzazione, funzionalità, economicità gestionale e controllo interno.
Lo scopo per cui è nata la detenzione amministrativa degli immigrati si può dire raggiunto?

La risposta a tale quesito è estremamente difficile. Ciò che possiamo fare è cercare di fotografare la situazione attuale, cercare di mettere insieme i diversi accadimenti relativi alla detenzione amministrativa in Italia e comprendere quale direzione i Cie stiano intraprendendo. Lo scopo di una ricerca come questa, è inutile dirlo, resta sempre e comunque quello di conoscere meglio il nostro obiettivo, capirne meglio le caratteristiche per comprenderne meglio i punti deboli.

Di Cie tanti ne parlano, ne versano lacrime e ne denunciano le angherie, tanti, davvero tanti, anche i più improbabili ne chiedono la chiusura. Questo sembrerebbe giusto e animato da buoni propositi, ma non è proprio tutto oro quel che luccica. Le richieste di chiusura, senza considerare l’assurdità del fatto che sono indirizzate alle stesse istituzioni che i Cpt/Cie hanno istituito, non fanno che proporre un diverso modo di gestione dell’immigrazione, una riforma che renda forse più umani i Centri o che ne proponga altre versioni.

L’esperienza della riforma degli Opg dovrebbe aver insegnato molto in merito. Una prigione non può essere resa più umana, non esiste un modo più giusto per identificare e controllare. Le frontiere dovrebbero solo scomparire, tutte le carceri essere abbattute. Per questo i Cie non dovrebbero essere chiusi, ma distrutti, incendiati, danneggiati.
“Fuoco ai Cie” al posto di “chiudere i Cie”, come tanti reclusi in rivolta ci hanno insegnato, ci sembra il modo migliore per affrontare la questione.

Scarica l’opuscolo [2,92 Mb .pdf]

Scarica il file per la stampa [3,07 Mb .pdf]

 

cons

 

http://hurriya.noblogs.org/post/2015/09/28/opuscolo-considerazioni-sulla-detenzione-amministrativa-in-italia/

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presentazione dell’opuscolo “i Cieli bruciano” ven. 9 ottobre

Venerdì 9 ottobre presentazione dell’opuscolo “i Cieli bruciano” al laboratorio libertario Ligèra, piazza Pomposa 8, a Modena

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Venerdì 9 ottobre alle 21 presentazione dell’opuscolo “I cieli bruciano: dei Centri di identificazione e di espulsione e di coloro che ne permettono il funzionamento”.
I CIE sono i Centri di identificazione e di espulsione per immigrati, istituiti nel 1998 da un governo di centro sinistra con la legge Turco- Napolitano.
Questi centri sono veri e propri lager in cui sono rinchiusi i senza documenti , per poi essere identificati ed espulsi.
A Modena il CIE è stato attivo fino al 2013, per essere poi chiuso dalle continue rivolte degli internati che hanno portato alla completa inagibilità della struttura.
Dei 13 centri inizialmente attivi in Italia ne sono rimasti ancora 5 attivi.
La macchina delle espulsioni si è evoluta nel tempo.
Dentro dalla riduzione dei tempi di permanenza col conseguente abbassamento della conflittualità interna, all’ottenimento di appalti da parte di associazioni umanitarie che lucrano sulla pelle dei reclusi.
Fuori con ronde-rastrellamento contro i sans-papiers, e con il nuovo nucleo di polizia antiterrorismo presente in 20 città italiane contro lo spauracchio del terrorismo islamico.

Crediamo sia importante capire chi sono i collaboratori della macchina delle espulsioni, chi ci guadagna.
Che sia importante portare la lotta contro i CIE al di fuori di quelle mura, perchè la lotta è ovunque per chi sa guardare con gli occhi giusti.

I CIE sono ogni ditta, ente umanitario, o persona che collabora con il sistema delle espulsioni.
I CIE SI CHIUDONO COL FUOCO.

lig

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I Cieli bruciano – opuscolo

Con i Giusti Occhi

da macerie

«…Crediamo che sia importante identificare i collaboratori della macchina delle espulsioni. Chi, dalle espulsioni, dai pestaggi ed anche, a volte, dalle rivolte ci guadagna. Che sia importante portare la lotta contro i Centri anche al di fuori di quelle mura, che la lotta è ovunque per chi sa guardare con i giusti occhi. L’elenco che segue e che compone buona parte di questo opuscolo è solo una minima parte di quel lungo elenco che sarebbe l’intera macchina delle espulsioni ma è un buon inizio per capirne il funzionamento.»

http://www.autistici.org/macerie/wp-content/uploads/icielibruciano_copertina.jpg

scarica

stampa e diffondi l’opuscolo (e fanne buon uso).

macerie @ Maggio 26, 2015

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L’Oasi a processo per frode

Servizi inadeguati, contabilità irregolare e pasti scarsi: rinvio a giudizio per 3 dirigenti della gestione

dalla Gazzetta di Modena

Caso Cie: rinviati a giudizio tutti e tre i dirigenti della società che fino al dicembre 2013 ha gestito la struttura per extracomunitari in attesa di rimpatrio. Lo ha deciso ieri mattina il gup Eleonora De Marco al termine dell’udienza preliminare, fissando la prima udienza del processo davanti al giudice monocratico per il 24 maggio 2016.

Il sostituto procuratore Marco Niccolini ha quindi ottenuto il rinvio a giudizio per il presidente, l’avvocato siracusano Emanuele Midolo, e due dirigenti: Marco Bianca, ex direttore a Modena, e Ettore Marzi, ex coordinatore, tutti difesi dall’avvocato Pier Luigi Spadafora. Sono accusati del reato di truffa aggravata ai danni dello Stato in merito a presunte frodi nelle pubbliche forniture e irregolarità contabili che riguardano, come noto, anche la gestione del personale.

Dopo anni di gestione da parte dell’associazione La Misericordia guidata dal dottor Daniele Giovanardi, il Cie di Modena era stato assegnato al consorzio siracusano dal prefetto Benedetto Basile in base a una decisione che all’epoca suscito stupore.

La firma del contratto arrivò dopo una lunga serie di rivolte degli “ospiti” clandestini da rimpatriare che si lamentavano per le condizioni di vita disumane nelle quali erano costretti a vivere. Ma proprio intorno a queste proteste e lamentele da parte degli immigrati rinchiusi, che venivano definiti “ospiti”, era in corso, senza che se ne sapesse nulla, un’accurata indagine della guardia di finanza di Modena coordinata dal pm Niccolini che cercava di mettere mano ai conti e capire come veniva effettivamente gestita la struttura dopo un appalto con fortissimo ribasso (calcolato in base a una diaria standard per “ospite”).

Così pochi mesi dopo la chiusura della struttura (dicembre 2013, si venne a sapere della conclusione dell’indagine con la quale si era accertato, secondo l’accusa, che il consorzio siciliano si è «reso responsabile di molteplici inadempienze relativamente agli aspetti contabili e della sicurezza sui luoghi di lavoro. Inoltre lo stesso non aveva provveduto a somministrare servizi secondo le modalità qualitative e quantitative previste dal capitolato d’appalto».

Le rivolte sarebbero state originate dalla «mancanza di medicinali e di adeguate terapie mediche; la fornitura agli ospiti dei prescritti kit di vestiario non completi e non sostituiti nei tempi previsti (ogni tre giorni); il personale presente inferiore a quello previsto; la fornitura di pasti di porzioni scarse e di scarsa qualità». Inoltre è emerso che il consorzio aveva presentato dei certificati di regolarità contributiva (Durc) che non corrispondevano alla posizione reale.

di Carlo Gregori

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